I libri e le opere della Biblioteca Reale si raccontano
07/12/2020 - 30/06/2021
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I libri sono silenziosi custodi di storie straordinarie che, se osservati con attenzione, sanno raccontare. Bisogna solo imparare ad ascoltarli e i libri parlano di sé, rimandando a infinite altre storie.

In una biblioteca antica come la Biblioteca Reale, molti libri lo sono altrettanto, anzi spesso sono molto più antichi della biblioteca stessa, sono già arrivati qui con un ricco carico di memoria e di storie e hanno continuato anche in biblioteca a raccogliere e conservare racconti. Nei loro passaggi di mano in mano hanno vissuto molte vite, ospitando e proteggendo le memorie e le testimonianze di chi li ha posseduti o anche solo letti.

Cogliendo l’occasione del secondo centenario della nascita del primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II, abbiamo riordinato e catalogato la parte di collezione musicale a lui dedicata e destinata a celebrare gli eventi e i momenti più significativi della vita del Re.

Vi presenteremo i pezzi più interessanti lasciando però siano i libri stessi a raccontarsi, parlando del proprio autore, del messaggio che questo ha affidato loro, ma anche di chi li ha stampati e rilegati, di chi li ha acquistati o ricevuti in dono, di tutti quelli che li hanno posseduti e di come li hanno usati. Percorreremo insieme a voi un intrigante percorso a ritroso nei secoli, per ridare voce al più rivoluzionario strumento tecnologico prodotto dall’ingegno umano.

Incominceremo con il manoscritto musicale Ms.Ob.246

Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui sono arrivato a Torino. Faceva caldo, chiuso nel cappotto di carta marrone che mi avvolgeva, mi proteggeva. Quando il mio autore ­- il Maestro Fortunato Magi – ha preparato il pacchetto temeva che arrivassi sporco, danneggiato o peggio che la sua creatura manoscritta non arrivasse mai nelle mani del Re. Invece un segretario, ha aperto il pacco e mi ha adagiato sopra una scrivania in una grande stanza affrescata del Palazzo Reale, risplendevo di gioia, anche se tutti avranno pensato quel luccichio provenisse dalla mia elegante copertina in seta blu; perché dopotutto un volumetto manoscritto non può provare gioia, o no? Il Re mi ha destinato alla sua Biblioteca: sono così entrato nella grande famiglia dei preziosi omaggi musicali a Vittorio Emanuele II.

Ero felice, le tante, lunghe ore in cui il Maestro Magi mi aveva creato, annotando con penna e calamaio ogni singola nota, pausa, accento, dinamica sulle mie pagine pentagrammate per creare la sua Gran Sinfonia, avevano finalmente un senso. Io e tutti i miei compagni d’avventura, spartiti come me donati ai Savoia nel corso degli anni da musicisti di valore, siamo rimasti insieme per più di un secolo e mezzo: ormai siamo una famiglia, una famiglia che i bibliotecari di oggi chiamano fondo. Solo una cosa mi dispiace: sono arrivato a Torino troppo presto, lasciando Lucca e casa Magi prima che vi arrivasse il nipote Giacomo. Se fossi rimasto ancora un po’ a Lucca, forse sarei stato accarezzato dalle manine del piccolo Giacomo Puccini, destinato a diventare uno dei più grandi compositori italiani dell’Ottocento. È stato proprio lo zio Fortunato, il mio autore, ad introdurlo allo studio della musica! Ma non voglio perdermi oltre nei rimpianti. Oggi vivo sereno in Biblioteca Reale, e per i bibliotecari di oggi io mi chiamo Ms.Ob.246. Ma dietro quello che sembra solo un codice freddo e poco significativo, relativo a un vecchio manoscritto musicale poco consultato, c’è una storia, e io avevo proprio voglia di raccontarla…   

 

Manoscritto per pianoforte e canto Ms. pf. 115

Il manoscritto fu dedicato da Gaetano Magazzari, celebre compositore del XIX secolo, a Maria Adelaide, la giovane consorte del re prematuramente scomparsa nel gennaio 1855 prima di poter diventare Regina d’Italia. Il Magazzari si era distinto per aver musicato il celebre Inno di Pio IX, canto popolare molto conosciuto nell’Ottocento, dedicato al Pontefice che – salito al soglio di Pietro nel 1846 – sembrò poter realizzare il sogno giobertiano di un capo della cristianità riformata. Ecco cosa ci racconta:

La regina era bella; aveva gli occhi dolci e l’animo gentile. Mi riempiva d’orgoglio essere stato dedicato a lei, Maria Adelaide d’Asburgo Lorena, regina di Sardegna. Aveva 28 anni quando sono arrivato a Torino, ed era già madre di cinque figli; quello che ricordo di più era il primo maschietto, l’amatissimo e vivace piccolo Umberto, destinato a diventare sovrano di uno stato nuovo, il Regno d’Italia. Ahimé la bella Adele, come la chiamavano in famiglia, quel nuovo Stato non lo vedrà mai: una fredda mattina di gennaio del 1855 i suoi occhi, gentili e stanchi, si chiusero per sempre. Il dolore di Vittorio Emanuele fu grande, pari a quello dei sudditi. E poi c’erano i bambini… Cosa potevo fare io? Come potevo dirle che sarebbe rimasta per sempre la mia regina, e che le mie pagine avrebbero reso immortale il suo ricordo? Quel giorno mi misi a ripensare a tutte le musiche annotate sulle mie carte, ho scorso di nuovo il mio indice, vergato in bella grafia dal Maestro Magazzari: Notturno… Melodia Romantica, L’Eleganza… Lo sposo italiano… No, non ce l’avevo una marcia funebre da cantarle, nessun lamento, nessuna lacrima. Il Maestro Magazzari non poteva prevedere un così tragico epilogo a soli 5 anni dal suo umile omaggio musicale.

Sono passati 170 anni da quando sono arrivato nelle collezioni reali, e ancora oggi, ogni tanto, nel buio e nel silenzio del caveau della Biblioteca Reale che oggi è la mia casa, canticchio da solo le musiche scritte sulle mie pagine. Nessuna di esse avrà avuto la notorietà di tanti altri pezzi scritti dal maestro Magazzari, come il famoso Inno di Pio IX che tante persone cantavano a memoria, fiduciose che il nuovo Papa avrebbe contribuito a creare il Regno d’Italia, ma io – sì, proprio io – sono dedicato alla regina di quel regno, che purtroppo regina non fu mai.

 

Lavinia Fontana, Autoritratto

 

“Mi chiamo Lavinia Fontana e sono una “pittora”. Chi l’ha detto che nel Cinquecento una donna non possa vivere della propria arte? Chiunque lo pensi non ha mai sentito la mia storia. Sono stata una ragazza fortunata, perché mio padre Prospero era un pittore e io sono cresciuta nella sua bottega, le mani sporche di colore, i capelli intrisi del profumo dell’olio. Figlia d’arte, dicono. Fortunata, dicono. Ma non è solo con la fortuna che si arriva ad essere la prima donna nella storia dell’arte occidentale ad avere una commissione per una pala d’altare in una cattedrale; e poco ha a che vedere con il fatto di essere una figlia d’arte: sono brava, forse più di mio padre, e questo lui lo sa. Mi ha sempre sostenuta, per me ha addirittura stipulato un contratto di matrimonio come non se ne erano mai visti: mio marito, il mio amato Paolo, era tenuto a gestire i miei guadagni da pittrice! Dopo un po’ ha addirittura lasciato la sua attività per diventare il mio agente. Tutto questo, nel 1577. Ho avuto 11 figli e sono riuscita a mantenerli tutti grazie alla mia professione, e questo mi rende ancora più orgogliosa. Figlia d’arte, dicono. Fortunata, dicono. Libera, dico io. Sono una donna libera di continuare a lavorare dopo le nozze, libera di fare un lavoro tradizionalmente appannaggio degli uomini, libera di cimentarmi in tutti i generi della pittura, dall’arte sacra alle scene mitologiche, passando a testa alta per il nudo femminile e l’autoritratto. Ogni volta che mi dedico a un autoritratto cerco sempre di trasporre in due dimensioni le mille sfaccettature della mia anima. Non lo so come questo piccolo autoritratto sia finito nelle collezioni della Biblioteca Reale – i disegni fanno sempre giri strani – ma spero che guardandolo si colgano i miei colori, la mia soddisfazione, l’orgoglio di una donna che ha rincorso le sue passioni e su di esse ha costruito la sua vita. Quando al culmine della mia carriera mi sono trasferita a Roma, all’inizio del Seicento, ho conosciuto e ritratto tante nobildonne; molte di loro hanno singolari appellativi legati alla loro bellezza, al loro lignaggio, alle loro peculiarità fisiche o familiari; a me, invece, hanno attribuito il soprannome di “pontificia pittrice” e ne vado molto fiera.  I miei quadri sono stati richiesti da papi, cardinali, nobili, persino da re Filippo II di Spagna, eppure una delle soddisfazioni più grandi per me è fare ritratti di bambini. Forse perché i bambini, come le donne dopotutto, spesso vengono dimenticati dalla storia, o forse perché il mio istinto materno mi spinge a vedere i miei figli in tutti i bimbi che ritraggo… Non lo so, non so dare una spiegazione, e dopotutto non ha importanza. Quello che conta è che mi chiamo Lavina Fontana e sono una “pittora”. Figlia d’arte, dicono. Fortunata, dicono. Libera, dico io.”

 

Christine de Pizan, Faits d’armes et de chevalerie, 1488, edizione incunabola

“Sono stato stampato nel luglio del 1488 in una tipografia di Parigi, ma sono stato scritto all’inizio del Quattrocento, quando il Medioevo stava ormai tramontando. E mi sento importante. Non è per il fatto di essere un incunabolo, cioè uno dei primi prodotti dell’arte della stampa, e nemmeno perché facevo parte della biblioteca di Tommaso Duca di Genova – il fratello della Regina Margherita – prima di arrivare nelle collezioni della Biblioteca Reale. Quello che mi rende speciale è la mia autrice: Christine de Pizar, una donna forte, colta, intraprendente. Perché definire Christine solo come la prima scrittrice professionista del mondo occidentale è riduttivo. Lei è stata una femminista quando il femminismo ancora non c’era, credeva fermamente che l’inferiorità a cui le donne erano condannate nel Medioevo fosse in realtà solo un pregiudizio culturale, causato dall’ignoranza, e non avesse nessun fondamento naturale. L’educazione alle lettere, alla storia, alla filosofia e alla medicina ricevuta dal padre le ha dato la convinzione che attraverso l’istruzione le donne potessero cambiare il mondo. E lei il suo piccolo mondo l’ha cambiato. Rimasta vedova, sola con tre figli e la madre da mantenere, si è inventata una professione, mettendo a frutto la sua educazione: ha aperto uno scriptorium tutto suo, in cui amanuensi, miniatori e rilegatori svolgevano il loro prezioso lavoro sotto il suo sguardo vigile e attento, che li coordinava e guidava. E ha iniziato a scrivere, io sono un trattato di storia cavalleresca, ma la sua produzione è ampia e varia, in prosa e in poesia, sempre schierata dalla parte delle donne e dei loro diritti. Nella sua opera più nota, la Cité des Dames ha immaginato una città fantastica riservata solo alle donne, uno spazio di autonomia e libertà, protetto dalla misoginia e dai pregiudizi. Provata dagli avvenimenti della vita, ha fatto di necessità virtù come solo le donne sanno fare, e si è meritata un posto d’onore tra le grandi donne che hanno contribuito a costruire la coscienza femminile europea. Non so se ho attraversato indenne tutti questi secoli, passando di mano in mano, resistendo alle sferzanti prove del tempo per un motivo preciso o solo per caso, ma mi piace pensare che una ragione ci sia: poter testimoniare oggi a chiunque mi sfogli che grande figura di donna sia stata Christine de Pizan.”

 

L’incunabolo di Mario Porcacchi e la storia di Gostanza Da Libbiano, ante 1489

Confessa! Vecchia strega adulatrice del demonio, confessa! Confessa e ti sarà fatta salva la vita.
Quante volte ho sentito queste frasi… Me ne stavo lì, in silenzio, sul tavolo dove Mario Porcacchi, il mio proprietario, mi lasciava dopo aver finito di meditare sui miei sermoni di San Bernardino da Siena… e assistevo ogni volta alla sua trasformazione: si toglieva le vesti del francescano timoroso di Dio e affamato di conoscenza, per vestire i panni dell’inquisitore crudele, senza clemenza. Mi faceva paura questo suo cambiamento. Ma più ancora mi facevano paura le urla delle donne che interrogava, che torturava. Streghe, come le chiamava lui. A me sembravano piuttosto donne forti e intelligenti, la cui dignità veniva piegata dalla violenza di una fede che col messaggio evangelico ha poco a che fare. E posso ben dirlo io, visto che sono un libro religioso: so di quel che parlo! Quell’uomo mi faceva paura, e ogni volta che mi prendeva in mano per leggermi e scrivere delle note di suo pugno sui miei margini, tremavo. E se un giorno avesse fatto anche a me il male che faceva a quelle donne che riteneva streghe? Trattenevo il respiro e mi lasciavo sfogliare, immobile. Ho saputo che il processo a Gostanza di Libbiano è andato per il meglio e che quella povera signora si è salvata! Ero in pena per lei, povera donna… ho sentito come hanno fatto a estorcerle la confessione di essere una strega: con la tortura! I suoi pianti risuonano ancora tra le mie pagine, perché la carta dei libri sa assorbire molto più di quello che si pensa. Gostanza in realtà non era altro che una povera donna che, rimasta vedova, aveva dovuto inventarsi un modo di sopravvivere e far crescere i suoi figli, diventando una levatrice e curando i malanni con le erbe e altri rimedi naturali. Oggi la chiamereste naturopata autodidatta, nel Cinquecento la chiamavano strega. Io per conto mio oggi nei depositi della Biblioteca Reale sto bene, anche se non so come ci possa essere arrivato! Di due cose sole non vado molto fiero: non aver potuto far nulla per aiutare Gostanza e le altre donne durante i processi per stregoneria, e portare qui, all’interno della mia copertina, l’ex libris di Mario Porcacchi inquisitore.

 

Eleonora d’Arborea, Carta de Logu, XV secolo

Senza falsa modestia, devo ammetterlo, sono un libro importante, contengo una raccolta di leggi, scritte in lingua sarda e risalenti alla fine del XIV secolo: la Carta de Logu, una delle più interessanti opere legislative del medioevo europeo.  La mia autrice è Eleonora d’Arborea, una donna forte, intelligente e sensibile, è stata definita la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica. Subentrata al trono d’Arborea, uno dei quattro regni in cui era divisa la Sardegna, alla morte del fratello maggiore, ha iniziato con grande determinazione il riordino e l’espansione del suo regno e, più di ogni altra cosa, ha voluto garantire al suo popolo la certezza del diritto e l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Il codice delle leggi promulgato da Eleonora nel 1392, armonizza il diritto romano e canonico con la tradizione giudicale e consuetudinaria sarda, ma soprattutto introduce norme, incredibilmente innovative e avanzate per l’epoca, a tutela dei più deboli, delle donne e dei bambini. Eleonora stabilisce ad esempio che siano salvati dalla confisca i beni della moglie e dei figli, incolpevoli, del traditore. Inserisce punizioni molto severe per il reato di stupro, lasciando alle donne la possibilità di scegliere se accettare il matrimonio riparatore alla violenza carnale subita o ottenere un risarcimento in denaro. La portata innovativa della carta è tale da contemplare il reato di omissione di atti d’ufficio, la parità e la tutela del trattamento dello straniero, a condizione di reciprocità, e il controllo, attraverso «boni homines» delle successioni in presenza di minori. Ma non solo, nel codice non si trova nessuna legge contro ebrei ed eretici, mentre sono presenti norme contro l’usura, l’omertà e in difesa del territorio, con disposizioni su agricoltura, allevamento, caccia, salari dei lavoratori e bracconaggio. Capirete bene le ragioni del mio orgoglio, non è certo senza merito che la Carta de logu, di cui sono uno dei due unici testimoni sopravvissuti, sia rimasta in vigore in Sardegna per oltre 400 anni, fino al 1827, quando, in epoca sabauda, fu sostituita dallo statuto emanato da Carlo Felice.

 

Gaetano Lonardi, Breve Metodo Teorico Pratico per Piano-Forte secondo il sistema Musico-Grafico ovvero A.B.C. della Musica del Maestro Lonardi Gaetano, 1886

Quando si sente parlare di “manoscritto” vengono alla mente di tutti varie immagini: libri miniati abitati da coloratissimi personaggi, rotoli di papiro con caratteri antichi e incomprensibili, documenti d’archivio che ci permettono di ricostruire la storia, grandi tomi in pergamena che hanno tramandato il sapere per secoli e ancora oggi affascinano e interessano studiosi e curiosi di tutto il mondo. Ma “manoscritto” è anche, più in generale, qualunque testo scritto da un autore, prima che l’editore lo pubblichi. Nel vostro fulgido XXI secolo, che mi incuriosisce e mi affascina, i manoscritti non sono nemmeno scritti realmente a mano! Io invece sì. Sono stato composto nel 1886, vergato in bella grafia da Gaetano Lonardi, un pianista valente. Il suo sogno era quello di pubblicarmi, e addirittura aveva già inserito la pubblicità sui giornali del tempo, con la notizia della imminente pubblicazione del suo “Breve metodo teorico pratico per pianoforte”. E poi? Cosa è successo poi? Come capita a tanti aspiranti autori anche al giorno d’oggi, il manoscritto di Lonardi è rimasto inedito… Io sono rimasto inedito! il mio autore però è riuscito a salvare il suo ricordo e la mia esistenza stessa, facendone dono al Re. Era usanza diffusa omaggiare il sovrano di inediti di ogni tipo, e a giudicare dal numero di spartiti che ora mi fanno compagnia nel fondo musicale della Biblioteca Reale, moltissimi musicisti hanno donato ai re d’Italia le loro composizioni. Nel mio caso, questa pratica encomiastica mi ha letteralmente salvato la vita! La Biblioteca Reale conserva anche uno dei miei fratelli maggiori: un’elegante legatura in velluto scuro decorato in oro che contiene un inno composto da Gaetano Lonardi in onore dell’Italia, dell’Austria e della Germania. Sullo scaffale occupa la posizione numero 73, mentre io sono poco più avanti, nella posizione numero 89. Lo sanno tutti che in tenera età tra fratelli spesso si litiga, ci si fa i dispetti: forse per questo hanno dovuto separarci. Ora che siamo grandi, che siamo qui da oltre centoventi anni, mi piacerebbe averlo più vicino, ma – ahimè – posso solo sperare in qualche svista dei solerti addetti della BIblioteca, che da sempre si prendono cura di noi.

 

Ms Ob 114 Gaetano Travaglini,  A Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Composizione per due tenori, basso e banda

Gaetano Travaglini,  A Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele II questo saggio il Maestro Gaetano Travaglini in attestato di umilissima e fedelissima sudditanza consacra [Composizione per due tenori, basso e banda]

Ognuno può cambiare le sue stelle”. No, non è il mio titolo ma potrebbe essere il titolo della mia storia, una storia che voglio raccontarvi. Se devo essere preciso, io un titolo non ce l’ho nemmeno! Le mie pagine ingiallite dal tempo contengono una composizione musicale per banda, tenori e bassi scritta in onore del re Vittorio Emanuele II. Creare un saggio musicale per il Re deve essere stato molto emozionante per il mio autore. Si chiamava Gaetano Travaglini e viveva a Voghera, nel pavese. Rimasto orfano in tenera età, ha cominciato subito a lavorare per potersi mantenere, ma il suo umile lavoro di ciabattino non gli consentiva di avere abbastanza denaro per poter studiare. Il suo sogno era diventare un musicista e così ha imparato da autodidatta a leggere la musica. C’è chi giura di averlo sentito suonare le scarpe con il martelletto da calzolaio, come se fossero strumenti a percussione. Ma studiare musica nell’Ottocento era molto costoso, e lui proprio non poteva permetterselo. E poi un giorno la sua passione e la sua dedizione sono state premiate: il Comune di Voghera gli ha assegnato una borsa di studio per frequentare la classe di contrappunto al Conservatorio di Milano! Che gioia! Così Gaetano il ciabattino si è trasferito a Milano, ha studiato sodo, si è diplomato al Conservatorio ed è diventato il Maestro Gaetano Travaglini, musicista valente e creativo. Deve essere stato per lui un grande onore comporre un’opera per il Re: l’ha ricopiata di suo pugno su fogli pentagrammati, l’ha rilegata con una sottile carta verde – come la speranza – e ha inviato il suo dono al sovrano. Ed eccomi qua! E non si pensi che sono l’unico frutto della creatività di Travaglini. Ha scritto addirittura un dramma per musica, l’Agamennone, che è stato messo in scena per la prima volta nel 1856 al Teatro Sociale di Pavia.  Sono felice di avervi raccontato la mia storia: anche un manoscritto di quasi due secoli fa può ancora oggi testimoniare che con l’impegno e la dedizione ognuno può prendere in mano il suo destino.