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Skyphoi in ceramica invetriata

Ambito romano

Gruppo di 7 coppe biansate per bere vino in ceramica invetriata provenienti da ritrovamenti piemontesi, alcuni incerti: in tre casi è nota la provenienza da Piobesi Torinese (Inv. 5407, 5408) e da Libarna (inv. 5412). Tranne la n. 5408, che presenta un’insolita raffigurazione di divinità ripetute due volte, desunte da un ambito fortemente intellettuale greco (Artemide con cinghiale, eco del mito di Adone, e Atena con figura maschile con cane, forse Ares), le altre presentano tutte una decorazione vegetale a tralci di gelso, nastri o frutti riconducibile a un ambito bucolico su cui è stesa la vetrina.

L’invetriatura è un rivestimento impermeabilizzante che, a seguito della cottura, assume un aspetto vetroso, in quanto composto da vari ingredienti simili a quelli presenti nel vetro: in particolare il quarzo (disponibile, per esempio, attraverso la sabbia), al quale si mescolavano una serie di fondenti, ossia componenti minerali che ne abbassavano il punto di fusione, normalmente a 1550°C circa, temperatura troppo elevata per il vaso di argilla che sarebbe stato danneggiato.

La produzione di vasellame da mensa invetriato e decorato a rilievo si localizza inizialmente, in Asia Minore – Pergamo e Smirne, ma anche Tarso – e ad Alessandria d’Egitto nella tarda età ellenistica, come imitazione economica del vasellame in argento; già nel corso del I secolo d.C. le importazioni di ceramica invetriata orientale in Italia danno vita a imitazioni locali, in particolare nel nord Italia, dove le fabbriche padane producono forme e decorazioni comuni ad altre classi ceramiche coeve (terra sigillata italica e pareti sottili in particolare), con motivi a rilievo eseguiti a matrice o à la barbotine.

Il vaso veniva prima eseguito a tornio o a matrice, quindi lasciato essiccare e infine rivestito con la vetrina, solitamente più sottile all’esterno e più spessa, e quindi impermeabilizzante, all’interno. L’argilla si presenta ben depurata e di colore beige chiaro o crema nelle produzioni ellenistiche e romane, risulta invece grigia o arancione, con inclusi micacei, nelle produzioni tardoantiche.

La vernice poteva essere applicata sul manufatto crudo (e quindi si aveva una monocottura) o che aveva già subito una prima cottura (biscotto). La vetrina che ne risulta è lucida e trasparente, anche se colorata. Le modalità e la temperatura di cottura determinano la vetrificazione della vernice e possono influenzare il colore finale, che nella prima e media età imperiale varia dal verde al giallo, mentre in età tardoantica tende al verde scuro o verde olivastro.

 

Datazione
I secolo d.C.
Oggetto
Coppe
Materia e tecnica
Ceramica lavorata a matrice
Dove si trova
Museo di Antichità - Archeologia del territorio piemontese
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